Qualità del terreno di lavoro e salute del cavallo: alcune considerazioni

15 marzo 2018 #focus

Quanto è importante il terreno da lavoro in campo equestre e quali sono le correlazioni con la salute e la longevità del cavallo che lo utilizza? Corretta progettazione e scelta attenta del fondo delle aree destinate all’allenamento sono fondamentali per preservare la salute del cavallo atleta che in lavoro su superfici inadatte può incorrere in traumi e note problematiche di tipo patologico.


La cura del piede è essenziale nel cavallo sportivo (e non solo) e l’interazione tra questo e la meccanica dei ferri (insieme a conformità del cavallo, andatura, velocità e direzione) ai quali la maggior parte di noi fa ricorso riduce o, purtroppo, in alcuni casi incrementa, lo stress al quale si trovano sottoposti i tessuti della parte inferiore degli arti.

Il cavallo si è evoluto fino a dotarsi ai giorni nostri di una corporatura muscolosa, ma di gambe sottili e piedi leggeri, requisito essenziale per la corsa veloce e l’efficienza energetica. Fondamentale, di conseguenza, la superficie con la quale si trova ad interfacciarsi durante il lavoro quotidiano e in particolar modo nelle quattro fasi che caratterizzano il suo movimento: il momento in cui il piede tocca inizialmente il terreno, la fase di supporto con contatto e carico completo, il rollover (nel quale, al termine della fase di supporto, il cavallo spinge l’arto contro terra e successivamente lascia il terreno) e l’ultima fase che interessa maggiormente i legamenti.

Una superficie che “si aggrappa”, trattenendo il piede quando questo tocca terra agisce bruscamente sui tessuti molli, con le traumatiche conseguenze del caso; una superficie invece eccessivamente lassa e morbida non offre il corretto sostegno alle strutture del piede e della gamba, cedendo durante l’appoggio e costituendo valida causa di possibili lesioni.

L’importanza delle caratteristiche del campo di lavoro e le ripercussioni che queste comportano sulla salute e sull’efficienza dell’animale è stata sottolineata più volte anche dalla Federazione Equestre Internazionale (FEI) e proprio da quest’ultima arriva un’indicazione in merito attraverso le parole di Duncan Peters, veterinario FEI e fondatore della East-West Equine Sports Medicine, autorità leader negli Stati Uniti per quanto riguarda le patologie dell’apparato locomotorio nella diagnosi e nel trattamento nel cavallo sportivo, direttore inoltre del programma clinico di medicina sportiva equina e professore associato presso l’Università di Medicina Veterinaria del Michigan. La superficie migliore, secondo Peters, è quella che comporta un carico dei tessuti nell’animale del tutto uniforme, fornendo un supporto stabile, dando luogo ad un terreno non troppo profondo per non affaticare l’apparato muscolare e che non ceda al momento della pressione. Una buona composizione è quella che prevede una miscela di sabbia e argilla con la possibilità eventuale di una piccola quantità di riempitivo, di origine organica o sintetica.

L’elemento sul quale Duncan Peters insiste nel richiamare l’attenzione è la variabilità delle superfici: un cavallo può essere perfettamente a suo agio nel terreno di casa, ma comportarsi diversamente in occasione di una trasferta.

Quello che è importante, in primo luogo, è conoscere le differenze che caratterizzano i diversi materiali e le loro proprietà, che possono variare di giorno in giorno, a seconda dell’utilizzo e della manutenzione previsti; successivamente, è utile prevedere il lavoro su più superfici differenziate. Un cavallo costantemente in esercizio sulla stessa tipologia di superficie lavorerà su un sistema muscoloscheletrico impreparato alle variazioni di condizioni e quindi più vulnerabile. Differenziare le superfici può essere addirittura considerato parte integrante del regime di allenamento.

Tra gli ultimi substrati oggi sul mercato vi sono quelli costituiti da fibre sintetiche e derivanti da polimeri, che offrono un vantaggio in termini di salute legato alla riduzione delle polveri che può colpire l’apparato respiratorio del cavallo e che possono essere miscelati con la terra o la sabbia eventualmente già presenti in loco (con un occhio di riguardo alla sostenibilità, attenzione: più sarà elevata la componente sintetica più sarà laborioso un eventuale processo di smaltimento e riutilizzo del prodotto). Piccola pecca, la difficoltà per l’animale che si trova a relazionarsi con superfici altamente tecniche ad adattarsi a substrati diversi che possono incontrare durante la loro vita agonistica. Lo stress di una competizione, ricordiamo poi, può interessare non soltanto l’animale sotto il profilo psicologico e motivazionale, ma anche nei suoi tessuti e apparati, rendendoli più sensibili alle sollecitazioni e dunque vulnerabili. Un certo grado di variabilità aiuterebbe quindi l’animale ad essere più pronto nelle diverse circostanze. Tipologia di lavoro e manutenzione attuabile saranno le variabili sulla base delle quali, dunque, operare eventualmente una corretta scelta del tipo di superficie.

Tra le più diffuse oggi ricordiamo la sabbia silicea, conosciuta anche come sabbia francese, di origine vulcanica e ampiamente utilizzata e apprezzata in campi indoor e outdoor, che da origine a tappeti compatti e al contempo elastici, dalle elevate qualità drenanti e in grado di assorbire le sollecitazioni. La sabbia silicea può essere di diverse tipologie a seconda della granulometria che la caratterizza, della durezza dei minerali che la compongono e del grado di umidità. Il costo generalmente più elevato rispetto ad una superficie in sabbia tradizionale, di fiume, può essere ridotto optando per un fondo misto che integra entrambe le tipologie. La sabbia, originatasi per deposito naturale o di cava è, in ogni caso, un materiale granulare naturale derivante dalla disintegrazione della roccia, fortemente legato al luogo di origine che dunque determinerà le sue proprietà, variabili da regione a regione.

Un buon indicatore utile in prima battuta per valutare la bontà di una superficie? Il cavallo al suo passaggio deve lasciare l’orma, non un solco profondo diversi centimetri. Integrare i risultati della ricerca scientifica e l’esperienza pratica degli specialisti di settore sembra essere dunque la strada da intraprendere per dare luogo a superfici ideali, per le quali lo ricordiamo, non esiste una “ricetta” univoca e unicamente valida.

Chi desiderasse approfondire l’importanza della corretta progettazione, la scelta dei materiali per i campi di lavoro equestri e la loro origine, proponiamo la validissima risorsa prima citata predisposta dalla FEI: Equestrian surfaces – A guide, ricordando che, al pari delle proprietà che caratterizzano una superficie è importante l’uso che si fa di essa.

© M.C. Bongiovanni - riproduzione riservata; fonte principale: thehorse.com; foto di copertina ©A. Benna / EqIn

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